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LA TERMOVALORIZZAZIONE DEI RIFIUTI: UN PROBLEMA O UN’OPPORTUNITÀ PER GLI ENTI LOCALI? A cura di Agostino MEALE.

Senza ovviamente schierarsi con i favorevoli o contrari alla localizzazione degli impianti di termovalorizzazione, si formulamo alcune riflessioni in materia, onde consentire agli interessati una più serena valutazione sul tema.
Come è noto, la Regione Puglia, con avviso pubblicato il 24 dicembre 2003, ha bandito le gare per la gestione degli impianti di rifiuti solidi, nell’ambito del P.O.R. Puglia 2000/2006. In particolare, “l’affidamento del pubblico servizio di gestione del sistema impiantistico per il recupero energetico dei rifiuti urbani costituito da linea di produzione Cdr e/o di termovalorizzazione, inclusa l’acquisizione dell’area, la progettazione e la realizzazione”.
Appare opportuna, sul punto, una breve valutazione sulla compatibilità degli impianti da realizzare con il quadro normativo.
Il decreto legislativo n.22/97, come modificato ed integrato dalla l. 3 febbraio 2003 n.14, dal d. lgs. 13 gennaio 2003 n.36 e dal d.p.r. 15 luglio 2003 n.254, prevede espressamente, nell’art.4, che la riduzione dello smaltimento finale dei rifiuti deve essere perseguita attraverso:
“a) il reimpiego ed il riciclaggio;
b) le altre forme di recupero per ottenere materia prima dai rifiuti;
c) l'adozione di misure economiche e la determinazione di condizioni di appalto che prevedano l'impiego dei materiali recuperati dai rifiuti al fine di favorire il mercato dei materiali medesimi;
d) l'utilizzazione principale dei rifiuti come combustibile o come altro mezzo per produrre energia”.
Nel punto 2 del medesimo articolo, il decreto Ronchi dispone che “il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero di materia prima debbono essere considerati preferibili rispetto alle altre forme di recupero”.
Il successivo art.5, poi, prevede che i rifiuti da avviare allo smaltimento finale debbano essere il più possibile ridotti potenziando la prevenzione e le attività di riutilizzo, riciclaggio e recupero attraverso l’utilizzo di una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento, che tenga conto delle tecnologie più perfezionate a disposizione che non comportino costi eccessivi, al fine di:
“a) realizzare l'autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti urbani non pericolosi in ambiti territoriali ottimali;
b) permettere lo smaltimento dei rifiuti in uno degli impianti appropriati più vicini, al fine di ridurre i movimenti dei rifiuti stessi, tenendo conto del contesto geografico o della necessità di impianti specializzati per determinati tipi di rifiuti;
c) utilizzare i metodi e le tecnologie più idonei a garantire un alto grado di protezione dell'ambiente e della salute pubblica”.
Infine, il punto 4 dell’art.5 in esame conclude che “a partire dal 1° gennaio 1999 la realizzazione e la gestione di nuovi impianti di incenerimento possono essere autorizzate solo se il relativo processo di combustione è accompagnato da recupero energetico con una quota minima di trasformazione del potere calorifico dei rifiuti in energia utile, calcolata su base annuale, stabilita con apposite norme tecniche”.
Orbene, come riportato, la necessaria attività dello smaltimento dei rifiuti è normativamente orientata verso la progressiva chiusura delle tradizionali discariche a favore della raccolta differenziata (con riutilizzo dei materiali) e dello smaltimento della frazione a buon potere calorifico mediante la termodistruzione con produzione di energia elettrica e/o vapore.
E’ innanzitutto da precisare che, come meglio si dirà in seguito, il ricorso ai termovalorizzatori non preclude la prosecuzione della raccolta differenziata; ad ogni modo, al di là della compatibilità tra le due metodologie di smaltimento, la termodistruzione dei rifiuti, con recupero energetico, presenta diversi aspetti positivi sotto il profilo dell’impatto ambientale.
Una serena visione d’insieme, infatti, permette di considerare che la produzione di energia prodotta dagli impianti in oggetto consente non solo un risparmio di tipo economico ma anche di tipo “ambientale”, ove appena si consideri la riduzione del consumo di petrolio, carbone o gas utilizzati per produrre la quantità di energia equivalente (ed a parte l’ovvia riduzione della quantità dei rifiuti e quindi, in seguito, delle discariche). In questo caso, però, dato che le centrali di produzione dell’energia sono fuori dell’ambito locale, l’ovvia ricaduta positiva non può essere adeguatamente apprezzata, così configurando quel comportamento tipico nelle vicende ambientali, privo di una valutazione complessiva del problema, noto come sindrome “nimby” ossia “not in my back yard”.
Sotto il profilo economico e gestionale, mentre i costi per le discariche sono in costante aumento (costi post-chiusura, ecotasse, etc.), per i termovalorizzatori vi sono diversi incentivi e ricavi collaterali (certificati verdi, produzione di energia elettrica e termica, etc.).
Inoltre, diversamente che dalle discariche, tali impianti sono costantemente monitorati ed è quindi possibili un intervento in tempo reale sulle emissioni, cosa non possibile per le discariche.
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Appare ovvio, ma comunque opportuno da sottolineare, che grande importanza sulle emissioni inquinanti la riveste la corrette localizzazione dell’impianto nel territorio comunale, che deve essere adeguatamente servita da strade.
Non è poi interessata da venti dominanti, e non sono presenti boschi, laghi o fiumi. Sul punto, inoltre, deve considerarsi che il progetto del termovalorizzatore sarà soggetto a Valutazione di Impatto Ambientale.  
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In relazione all’impatto sull’ambiente, è possibile rilevare che gli impianti di termovalorizzazione non hanno un impatto particolarmente incidente sull’atmosfera, in quanto:
- possiedono una efficace sezione di abbattimento dei fumi. Per esempio, quanto all’impianto di Brescia, dal monitoraggio continuo effettuato dalla ASL nell’arco delle 24 ore non emergono livelli di emissione superiori ad 1/10 dei limiti di legge. Ciò anche perché l’impianto è adibito al teleriscaldamento, e quindi, per effetto della fornitura di acqua calda (gratuita) a gran parte delle utenze cittadine, si abbattono le immissioni legate al funzionamento delle caldaie;
- l’energia prodotta dagli impianti in questione va ad abbattere il quantitativo di energia prodotta attraverso i combustibili fossili. Da uno studio dell’ENI reperibile su internet risulta che – adibendo al recupero energetico il 75% degli r.s.u. complessivi – si avrebbe un abbattimento di Co2 in atmosfera superiore a 2 milioni di tonnellate per anno (peraltro con un risparmio di spesa per l’acquisto di combustibili tradizionali pari a 500 milioni di € per anno);
- si attenua lo sfruttamento delle risorse energetiche non rinnovabili, come carbone e petrolio;
- la realizzazione degli impianti in oggetto (specialmente quelli previsti dal bando commissariale) è, come anticipato, soggetta alla procedura di VIA, con conseguente apertura di una sottofase di consultazione pubblica, nel cui contesto saranno prodotti osservazioni e rilievi anche in relazione alla localizzazione degli impianti; questa ultima, poi, dovrà essere compatibile con i criteri fissati dalla pianificazione regionale di settore, e sarà idonea ad attenuare l’impatto sull’ambiente e sulla salute;
- si riduce drasticamente il numero delle discariche, che a loro volta non sono prive di impatto sull’ambiente.
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In relazione, invece, alla incidenza della termovalorizzazione sulla entrata a regime del ciclo integrato di gestione dei rifiuti, è possibile sottolineare due aspetti.
Il primo, di merito, è che la decisione di costruire e gestire gli impianti non è stata formulata a livello locale, bensì dalla Regione, il che porta a considerare che anche la eventuale decisione di non localizzare l’impianto nella sede di residenza non ne preclude la costruzione in altro Comune, con pari incidenza sulla cosiddetta “raccolta differenziata”.
Inoltre, ad oggi, – trascorsi sette anni dalla emanazione del decreto Ronchi - la raccolta differenziata in Puglia si attesta attorno al 3,7% dei rifiuti totali e pertanto è possibile chiedersi quanto servirà, in termini di tempo e spesa, per raggiungere volumi accettabili di raccolta differenziata, senza dimenticare che comunque le attività di riciclo dei rifiuti non sono prive di impatto ambientale e necessitano di attività di trasformazione del rifiuto per consentirne il riutilizzo con consumazione di energia ed emissioni in atmosfera (si pensi alla sterilizzazione del vetro ad alta temperatura o alla conversione della plastica in pile, o, ancora, al trattamento chimico necessario per il suo riuso). Bisogna poi chiedersi se i materiali avviati al riciclo abbiano un mercato e, soprattutto, se tale riuso sia preferibile alla produzione di energia conseguente alla loro termodistruzione.
Sotto altro e diverso aspetto, le frazioni utilizzabili per la produzione energetica non esauriscono tutta la gamma delle materie reperibili negli r.s.u. (non si bruciano, ad esempio, vetro e metallo), mentre invece, a fini energetici, si utilizzano anche rifiuti speciali non pericolosi e biomasse (tipo sansa), presenti nella nostra Regione in grandi quantità e comunque non soggette a riutilizzo.
In ogni caso si realizza l’auspicata “marginalizzazione” dello smaltimento in discarica.
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Sul piano strettamente economico, è possibile rilevare che:
- si ottiene il già evidenziato risparmio nell’acquisto di combustibili fossili;
- si produce un risparmio nella spesa legata alla realizzazione e gestione delle discariche, nonché, per gli Enti locali, l’abbattimento dell’ecotassa;
- la possibilità per l’Ente pubblico di concedere al gestore un suolo ricadente nel suo patrimonio e di concordare una cospicua partecipazione ai profitti:
- si possono avere ricavi dalla vendita dei c.d. “Certificati Verdi”;
- si ottiene il risparmio dei costi post-chiusura delle discariche;
- etc.
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Infine, si nota che l’energia è di fatto un prodotto industriale, e che la Puglia già ne produce in quantità superiore al fabbisogno, attraverso centrali termoelettriche tradizionali di grande impatto sull’ambiente. Pertanto, è preferibile per l’ambiente una politica di tendenziale sostituzione di tali impianti con altri che sfruttino fonti alternative (non solo termovalorizzatori, ma anche impianti eolici, solari, etc.).
Si indica, a titolo esemplificativo, la filiera di processo che dovrebbe prevedere le seguenti fasi (da definire meglio in funzione della quantità e delle caratteristiche merceologiche del rifiuto da smaltire):
a) la raccolta differenziata alla fonte di vetro, alluminio, farmaceutici scaduti, pile esauste;
b) separazione del ferro a bocca di impianto;
c) frantumazione del rifiuto a bocca di impianto;
d) separazione della frazione putrescibile a bocca di impianto e produzione di un ammendante per terreno agricolo;
e) produzione di un combustibile derivato da rifiuti a alto potere calorifico da miscelare con i sottoprodotti delle attività agroalimentari ad alto potere calorifico quali sanse, acque di vegetazione, graspi, ecc. e con residui delle attività industriali ad alto potere calorifico come ad esempio gli imballi;
f) combustione del derivato dai rifiuti con produzione di vapore;
g) uso del vapore prodotto per azionare una turbina con produzione di energia elettrica;
h) utilizzo del vapore in uscita dalla turbina per teleriscaldamento, scopi industriali, essiccazione delle sanse e/o delle acque di vegetazione.
Tali brevi osservazioni, si ripete, non vogliono auspicare o promuovere la realizzazione di tali impianti, ma consentire un dibattito il più possibile informato e, soprattutto, “serio”.

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